Bio

giovedì 21 marzo 2013

Da "il Giornale" (18.3.2013) «Io a New York, ma è questa la capitale dei dj»



Nel film I love Radio Rock (2009) , una stazione pirata degli anni ’60 trasmetteva, da una nave in mare aperto, la musica invisa ai benpensanti del Regno Unito. La rivoluzione sessuale s’aveva ancora da fare e il rock suonava il cambiamento. Milano ha avuto una stagione molto simile. Capitale italiana della radio, vanta le voci più importanti e più storiche. Ed è qui che Massimo Oldani (classe 1960), è nato, cresciuto, e diventato una radio-star. Questa città, in un certo senso, l’ha portata fino a New York con le sue lezioni. Ma è qui che, dice, ha il «privilegio di vivere».
Quali sono stati i suoi primi passi in radio?
«Io nasco come ascoltatore molto curioso. Nel ’75 c’era un solo canale (e mezzo) televisivo, una sola stazione radio. Pirata. Era una finestra sul mondo fuori dai cliché musicali della Rai. Gli speaker parlavano un inglese “abboracciato”, ma di fortissimo impatto. Con 100mila lire potevi farti una stazione tua. Nel ’78 conducevo già un programma su Radio Milano International. Se penso ai supporti tecnici di allora, provo un sacco di tenerezza».
Radio Capital, poi Radio 101, entrambe a Milano. Quali grandi incontri con la musica le ha regalato la sua carriera?
«In 35 anni di questo lavoro conosci chiunque. Ma penso a tre nomi su tutti. Anzitutto a Quincy Jones: produttore, tra gli altri, di Michael Jackson. Lo conobbi a un party a Milano che io stesso organizzai. Iniziai a parlargli dopo avergli versato addosso una flûte di champagne. Secondo nome, Prince. Lo conobbi a casa di Versace; non aveva aperto bocca con nessuno e quando disse “Buongiorno” al giardiniere di Versace fu un caso nazionale. Terzo nome Nile Rogers. Produsse Madonna e David Bowie ed era un pozzo di aneddoti e tecnica come chitarrista».
Ha portato a Milano a New York. Fu lei l’unica presenza non americana ai seminari di Vibe Music.
«Ero anche l’unico caucasico: l’unico bianco! Non fui esattamente sommerso dalle domande, ma consideri che alcuni dei miei “colleghi” lì hanno una stella sul marciapiede di Sunset Bouevard. Fu lì che conobbi Nile Rogers, ma con me voleva parlare dell’Italia».
A proposito di Italia, che posto è Milano? «È la città dove sono nato, vissuto, e dove vivo ancora. Una città che offre incredibili opportunità internazionali. E concerti strepitosi. Pur non avendo gli stessi spazi di altre città europee. Non vorrei esagerare se dico che è la New York d’Italia».
Cosa consiglierebbe a un “aspirante Massimo Oldani”?
«Tutta la mia generazione ha cominciato grazie alle amicizie e oggi la situazione è rimasta omologa. Il primo step di oggi è web-radio: facilità di approccio, platea (sulla carta) molto vasta. Il propellente – dimostrare di saper fare qualcosa che sullo scenario non c’era, rompere la routine – è lo stesso del ’75. Sei, oggi come ieri, artefice del tuo destino. Sconsiglio invece le scuole per dj: non servono».

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